La mia più grande paura è se ti lascio andare – Veronica Mariani

La mia più grande paura è se ti lascio andare
di Veronica Mariani

Al centro del pianerottolo, con una mano in tasca, tormentava una pallina di carta come a restarvi aggrappato. La mente persa.

Girò la chiave ed entrò, senza nessuna voglia di farlo perché la casa era vuota, silenziosa di una solitudine cupa e troppo recente. Dolorosa.

I profumi familiari lo tramortirono: l’acqua di rose con cui lei usava tamponarsi collo e polsi dopo il bagno e l’aroma del caffè decaffeinato di ogni mattina in quegli ultimi 10 anni non ebbero pietà.
 Pietro si sorresse al mobiletto dell’ingresso, sciolse con estrema lentezza i lacci delle scarpe, si tolse sciarpa e giacca, poi si trascinò a fatica in cucina.

La stanza – sembrava così spoglia adesso – rimbalzava i ricordi di una vita.

Anche quelli più insignificanti. Il parlottare confuso della tv come brusio costante o i soliti pasti pollo e riso in bianco per stare attenti al colesterolo. Lei totalmente incapace ai fornelli, perché nella vita aveva fatto tutt’altro, dall’assistente in uno studio dentistico, alla segretaria di un investigatore privato, si era infine ritrovata nonna senza nessuna di quelle caratteristiche che ci si aspettano per quel ruolo. Era una donnona alta e generosa, a tratti scurrile, ma in un modo scandaloso e divertente. Quasi ogni mezzogiorno di ogni non-santo giorno – il crocifisso era per lei uno stupido oggetto in più da spolverare – scodellava quella poltiglia bianca coperta di parmigiano e, stop, il pranzo era servito. 

I giochi e le scivolate dei nipoti, che lui proprio non sapeva tenere a bada. Come quella volta che Emma, la più piccolina, si era fiondata a rotta di collo dal divano al terrazzo incastonando la testa nel vetro del parapetto. Uno spavento assurdo. Lui raggelato; Sandra, la sua Sandra, accorsa subito sul luogo dell’incidente, aveva risolto sollevando barbaramente la bimba e ingozzandola di caramelle gommose. Tutto a posto.

A Pietro scappò un sorriso, che soffocò coprendosi il volto. Dio, le loro risate! Sempre per le stesse cose, sempre uguali, così rassicuranti.
Le dita tremule, appiccicose, passarono tra i capelli radi e grigi, a ricomporli dopo lo sforzo di quella mattina. Le sensazioni erano ancora troppo vivide: tutta quella gente addosso, da ringraziare e salutare, figli e bambini in lacrime, l’odore d’incenso nauseante, e lui lì. Fisso, immobile, ovattato. Seduto su quella panca di legno duro che avrebbe preferito diventasse giaciglio eterno, accanto a lei. L’aria gli mancò e dovette tornare al presente, che comunque non era un granché.

Nel corridoio si incrociò allo specchio, ma non ebbe il coraggio di guardarsi, e tirò dritto verso la camera. Desiderava solo averla ancora lì. Toccarla, sentirla al suo fianco nel letto: lei, con la testa che pendeva ciondoloni dal sonno, provava a leggere quel libro rimasto per mesi sul comodino, mentre lui snocciolava le sue preghiere. – “Vecchio credulone, a cosa serviranno mai?!”, lo scherniva. Erano molto diversi, ma si erano completati in ogni istante. 

D’ora in poi avrebbe dovuto ricostruirsi un’abitudine da solo e lei gli avrebbe sicuramente detto di di farla poco lunga. Un uomo vecchio non poteva diventare anche un uomo vecchio e inutile. Rimaneva molto da fare: la messa della domenica, se proprio ci teneva, sarebbe stata lì ad accoglierlo; e lui era pur sempre un nonno, a qualcosa poteva ancora servire. 

Quell’anima brusca e generosa lo stava prendendo ad amorevoli calci nelle terga, senza troppi complimenti.
Lei era così: una presenza improvvisa e travolgente. Dopo una vita precedente vissuta con un’altra moglie e un figlio ingrato, ormai sconosciuti, Sandra era piombata nelle giornate di Pietro del tutto casualmente, tra una riunione di condominio e un saluto sfuggente davanti alle cassette della posta del grande condominio. Svariati “buongiorno” si erano trasformati in una serie di confortanti ed irrinunciabili abitudini quotidiane.
Negli anni ’80 sembrava strano innamorarsi ancora a quell’età. A settant’anni si era considerati già vecchi. Una terza età profonda rassegnata a noiosi rituali, a quell’isolamento forzato da scomparse vicine – a meno di non appartenere ad una fortunata cerchia della briscola o del gossip da sottoscala – e a entusiasmanti happening dal medico di base.

Ma lui, in mezzo alla melma di rimpianti e crucci, aveva trovato lei. Anzi, era stato trovato.
 Scaraventato di peso nel mondo di Sandra, famiglia annessa. Nuove responsabilità, nuovi grattacapi, nuovi nomi da tenere a mente. Nuove gioie. Avevano deciso di convivere, smezzarsi i pesi, sostenersi, andare a comprare il giornale, apparecchiare per due e non per uno. Bisticciare ancora. 

Esserci insieme.


Si sfilò il maglione che anni prima avevano comprato in Liguria, dove un febbraio erano andati a “svernare”, e lo abbracciò respirandolo intensamente. L’odore del mare gli bruciò gli occhi. 


Si sorprese a piangere e sorridere insieme, di nuovo, e si frugò nelle tasche in cerca di un fazzoletto. Le dita ne estrassero altro: appallottolata nervosamente e sgualcita, una fotografia con Sandra al centro e una moltitudine di cactus alle sue spalle. Era stata scattata in Marocco, forse un paio di anni prima. Lei rideva a bocca larga, era felice, nonostante i recenti malanni che l’avevano fiaccata. Pietro si ricordava precisamente della torrida passeggiata sotto la canicola del pomeriggio. Teneva a braccetto la moglie che zoppicava sui ciottoli reggendosi un po’ al bastone, un po’ al suo uomo. Quella donna tenace per una volta aveva avuto bisogno di lui. E ora quella rivelazione gli arrivò dritta in faccia, uno schiaffo potente e caldo, carico d’amore, com’era lei. Scosse la testa, per riaversi; tornò in cucina dove mise a bollire dell’acqua e aspettò che il suo riso in bianco fosse pronto; un dito di vino, la tv in sottofondo, la foto nel palmo sinistro.


Quel prezioso brandello di memoria, con i colori un po’ ingialliti, conservava intatto lo sguardo di Sandra, che era tutto ciò che ormai poteva amare.

O forse no.


* * *
 


“On my first day back my first day back in town My first day my first day back in town
The clouds up above they were humming our song Humming humming our song
My biggest fear is if I let you go
You’ll come and get me in my sleep
My biggest fear is if I let you go
You’ll come and get me in my sleep
Come and get me”
(The saddest song, Morphine)

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