La Storia – Gabriele Taverni

La storia
di Gabriele Taverni

Il cielo grigio sopra la città come un muro, le vetrate dei grandi palazzi come un proiettore di un’altra realtà. Una realtà lontana, con un futuro plasmato da nuvole nere a forma di punto di domanda. Sofia, ha 21 anni, studia ‘Arte e Design’ e da un mese è chiusa in casa in centro a Milano. La sua abitazione è vicina ad uno dei tanti rami ferroviari della grande sequoia della metropoli, ed ogni volta che veniva sera, si divertiva ad osservare uno dei tanti treni che rientrava alla stazione di Milano Cadorna. La bassa velocità dei vagoni e le luci accese al loro interno le permettevano di scorgere i profili dei tanti pendolari. Ognuno con una storia diversa, e Sofia, si distraeva ad immaginarle. Per lei originaria di Giarre, una piccola cittadina in provincia di Catania, nonostante i due anni già passati nel capoluogo lombardo, la grande metropoli era ancora una novità. I treni adesso ci sono sempre, ma è più difficile girarsi verso la porta finestra del piccolo balcone e scorgerne uno. Alle luci all’interno dei vagoni, non rimane che illuminare i seggiolini vuoti. Ultimamente il suono delle sirene delle ambulanze nella via, catapulta Sofia in un’altra dimensione. Casa sua, la Sicilia, è come se l’avessero trasferita in Oceania. A poco più di 20 anni, non si sarebbe mai sognata di vivere tutto ciò; nemmeno nel peggiore degli incubi. Il cattivo rapporto con la coinquilina non l’aiuta e Marco, il suo ragazzo, è nella sua stessa città ma a dieci chilometri di distanza e nel bel mezzo di una pandemia. Per lei che l’altra parte della sua città in Sicilia, è sempre stata a due passi; insomma un vero dramma. Anche senza alcun virus, figuriamoci adesso. Dopo un mese di lockdown, le video chiamate sono diventate fredde come una  granita siciliana. A Sofia manca tutto della sua terra: la famiglia, la cucina, il mare. Ha voluto addirittura provare gli arancini surgelati del supermercato riuscendo a mangiarne solo metà. Meglio i sofficini o i cordon bleu, almeno quelli non sono la brutta copia di qualcosa. O chissà magari i primi che ha fatto Capitan Findus erano gli originali. E il famigerato capitano della pubblicità la riporta al mare. La mamma glielo ripeteva spesso quand’era piccola. <<Se in un’Isola esiste davvero un tesoro quello è il mare. Solo che la gente non se ne rende conto>>. Togliere il rumore delle onde ad un uomo o una donna di mare è come guardare il mondo con un solo occhio. Riesci a vedere tutto, ma a metà. Sofia è una ragazza creativa e solare, si specchia con la sua regione di appartenenza, terra di mare, montagna e grandi artisti. Il tintinnio dei suoi tantissimi braccialetti comprati a Taormina la scorsa estate nonostante tutto, hanno continuato a risuonare per i corridoi del piccolo appartamento. Anche se “la megera”, come la chiama Sofia, ha avuto spesso da ridire anche su quello. La situazione in casa è pesante, Emiliana, la coinquilina, non gli è mai andata a genio. Si sente stanca continuamente pur restando sul divano di casa sua ed arrabbiarsi, comporta un dispendio di forze ed energie. Sofia è troppo stanca della situazione anche per battibeccare con la sua non-compagna di lockdown. La Sicilia gli manca come non mai e l’incertezza della situazione gli fa paura, così come avere il fidanzato nella stessa città e non poterlo vedere perché… non è un congiunto. Si sente sola ed è pronta a tutto per riuscire almeno a “tappare” qualche mancanza affettiva, soprattutto se questa coincide anche con la sua mancanza dalla sua terra. Marco è siciliano come lei e mai come in questo momento è stata così felice che il suo compagno condividesse con lei le proprie origini. Perché anche un “minchia” detto nel modo giusto, ogni tanto può far bene al cuore, oltre che far sorridere qualche “studentella” lombarda. Si è scervellata per settimane e la prima soluzione del grande quiz “chi vuol esser congiunto” l’aveva portata diretta in ospedale. Sembra un paradosso per la circostanza, ma di questi periodi donare il sangue è diventato fondamentale. Andando ad effettuare una donazione avrebbe potuto vedere Marco. <<Si, così chisso sviene>> pensò (rigorosamente in siciliano) rattristendosi del fatto che l’idea geniale era già andata in fumo. Marco ha paura degli aghi e questa probabilmente non è certo la situazione più adatta per fargliela passare; altro giro altra corsa, altra idea geniale per riavvicinare l’Oceania all’Italia. “L’altra idea” per poterlo riuscire a vedere è bizzarra e soprattutto decisamente illegale. Ma gli ronza in testa da settimane, addirittura da prima del tentativo della donazione andato in fumo. Preparare uno zaino con delle medicine, mettersi indosso quattro o cinque paia di mutande, due o tre felpe, tre paia di leggins e raggiungerlo in metropolitana sperando nella clemenza delle forze dell’ordine. E’ pronta a tutto, Marco ha paura per lei, ma la decisione l’ha presa, il tentativo verrà fatto. La lontananza anche dal fidanzato, ha fatto scoprire a Sofia il dolore dell’incertezza; il non poter tornare a casa, o comunque non poter raggiungere i cari, è diverso dal non volere. E al non potere, si aggiunge l’incertezza come un enigma: quando potrà far rientro nella terra che ama? E’ questo, il dolore più grande. Un dolore che ti trafigge da parte a parte ma lasciandoti vivo, capace di intendere, di volere e di non capire allo stesso tempo. Tutto d’un tratto la ragazza scopre che quella terra tanto disprezzata per le poche possibilità che offre, per lei in realtà, ha sempre avuto tutte le possibilità del mondo. Perché niente ti apparterrà più di casa tua. Perché tutti hanno un mare proprio, personale. L’elemento che caratterizza il tuo luogo nel mondo. Quello che ogni volta che torni, te lo fa amare come fosse la prima volta. E quell’aria calda con quel mix shakerato di agrumi e scirocco scorre nelle vene di Sofia. Probabilmente non sarebbe tornata a casa in questo periodo a causa della sessione d’esami, ma il pensiero di non sapere quando tornare in Sicilia la tormenta sempre di più ogni giorno che passa. C’è un ponte immaginario che consentirebbe a Sofia almeno di ritrovarne una piccola parte. Una dose del mix di agrumi e scirocco; una di quelle vere, tangibile o comunque reale e non pixelata. Lo zaino è pronto di fianco al mobiletto vicino all’ingresso. Il rumore del chiavistello della porta del pianerottolo del condominio emette il solito rumore sordo, ma stavolta è diverso. Giù in strada una pattuglia si è spostata da poco; ipotetica via libera. Quasi come a non volersi fare sentire da nessuno, Sofia scende le due rampe di scale con passo felpato. Arriva sullo zerbino interno e respira a pieni polmoni: è incredibile quanta ansia possono generare gesti così semplici ed abitudinali. Ha scelto di compiere l’opera “migratoria” alle ore 16 e la spiegazione è tanto semplice quanto arzigogolata. Compiere la sua fuga senza la luce del sole l’avrebbe fatta sentire ancora più in soggezione, ma non solo. Nei giorni precedenti aveva stilato una specie di statistica per cui le pattuglie, passavano più frequentemente dopo le 18. Duecento metri e Sofia è già davanti alla fermata della metropolitana ‘CADORNA’. Arrivata davanti ai binari come, dovrà aspettare più del previsto per il primo treno. Le vetture logicamente dall’inizio della pandemia passano con minor frequenza. Quel “più del previsto” equivale a tre minuti, ma per lei sono almeno 20. La Metro è semivuota e tutta quella calca che tanto ha odiato, quasi le manca. Improvvisamente si sente sola anche senza l’indiano che cerca di vendere rose a tutti o senza l’artista di strada che suona tra vagone e vagone. Duomo, San Babila, Palestro. Una dopo l’altra scorrono le fermate dove escono poche persone e ne entrano ancora meno; quelle divise che tanto l’affascinavano da piccola sono l’ultima cosa che vorrebbe vedersi materializzare davanti. La stazione Loreto è uno dei tanti snodi della grande ragnatela sotterranea di Milano e come si era immaginata, arriva il tuffo al cuore. Cinque agenti della polizia stazionano tra i binari e le scale; Sofia di scatto si tira ancor più su il pezzo di stoffa che le copre mezzo volto. Un gesto istintivo di nervosismo e stizza. Le porte dei vagoni si richiudono e la stazione ‘Rovereto’ è una fermata più vicina. Le unità di misura del tempo di Sofia non sono più ne i minuti ne i secondi. Finalmente, la meta. La casa di Marco è a pochi passi, non ne può più di stare con tutti quegli indumenti indosso. Il primo abbraccio col fidanzato è forte, quasi soffocante ma allo stesso tempo nostalgico. Perché in quel preciso istante avrebbe voluto abbracciare nuovamente tutte le persone a lei care. I suoi genitori, suo fratello, la sua numerosa famiglia fatta di zie anche un po’ impiccione, i suoi amici siciliani. Perché quando ci sono di mezzo le “mancanze”, l’essere umano sa davvero essere insaziabile.

 

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